Archivio di maggio 2011

Ogni istante racchiude in sé il seme di infiniti cambiamenti

Chi l’avrebbe mai detto che un giorno saremmo diventati così “assetati di verde”, che sarebbero nati gruppi “terroristici” devoti alla “inseminazione artificiale clandestina” di aiuole, terreni e giardini abbandonati e fatiscenti? No, non stiamo parlando dell’ultimo grido in ambito terroristico, ma del Guerrilla Gardening.

Prima di iniziare vogliamo sgombrare subito il campo da eventuali equivoci ed allarmismi: non è pubblicità, non è marketing e non è nemmeno politica (almeno non in senso stretto). Si tratta  in poche parole di “una forma di giardinaggio politico, di azione non violenta praticata soprattutto da gruppi ambientalisti” con l’unico scopo di riqualificare aree abbandonate e fatiscenti attraverso l’utilizzo di semplici piante e fiori.

Ma di cosa si tratta praticamente e come opera? Per prima cosa si individua un pezzo di terra abbandonato, (quasi sempre) pubblico, sovente in un’area urbana. A questo punto ci si “arma” di zappe e badili (nonché di tanta buona volontà) e si parte subito all’attacco con piante e fiori alla mano.

Ok, stupendo direte voi, ma dov’è il trucco? Chi è che paga? E, soprattutto, chi è che ci guadagna?

È proprio questo l’aspetto più caro ed ammirevole: a pagare sono solo i volontari giardinieri, nonché qualche piccola azienda che dona volentieri un po’ di piantine e fiori. A guadagnarci, invece, ci guadagnano tutti e, per darvi prova di quanto affermato sin’ora, vi inviteremo qui di seguito a guardare coi vostri occhi, cosa accade ad uno spazio a cui hanno messo mano questi guerriglieri del verde.

Guerriglieri che alcune volte preferiscono agire di notte in segreto per poi magari pubblicare sul Web le prove fotografiche delle loro incursioni. Ve ne sono altri invece (e sono la maggioranza) che lavorano più apertamente, cercando di coinvolgere le comunità locali e spesso riuscendovi: come suggerisce Urban Activism, un blog che raccoglie vari spunti di attivismo volti al miglioramento della Urban Life, dopo un’azione di Green Guerrilla l’ovvia esigenza di mantenere vivo il risultato dell’azione fa si che molto spesso i giardinieri organizzino iniziative sociali volte a coinvolgere il quartiere, le scuole ed in generale la comunità locale assumendo così anche un’importante funzione sociale e culturale.

Guerriglieri verdi all'attacco

Quando poi l’azione dei singoli trova un sostegno più ampio, grazie soprattutto al Web e i social media, assistiamo invece ad eventi che esulano dai confini del quartiere e della piccola comunità urbana per arrivare a confini addirittura regionali, come nel Maggio 1996 quando 500 membri di The Land is Ours “la terra è nostra” (che vide anche la partecipazione di George Monbiot, giornalista-ambientalista del celebre The Guardian) hanno occupato ben 13 acri di terreno abbandonato sulle rive del Tamigi, a sud di Londra. Azione che voleva soprattutto richiamare l’attenzione sul “terrificante misuso della territorio urbano, la mancanza di case popolari ed il deterioramento dell’ambiente urbano”.

O come quando, il primo Maggio del 2000, Reclaim the Streets, un gruppo di attivisti che sostengono l’idea che gli spazi pubblici siano di proprietà collettiva, organizzò un “attacco” di massa di Guerrilla Gardening presso la piazza del Parlamento, a Londra, con tanto di parata carnevalesca mentre qualche migliaio di “giardinieri” occuparono la piazza piantando fiori e ortaggi.

Una lunga storia quella dei Guerriglieri Verdi che approda in Italia con qualche ritardo, ma che vede già molti ferventi sostenitori e vanta un attacco collettivo a Torino nel 2007, ad opera del gruppo Badili Badola nell’ambito del meet-up amici di Beppe Grillo.

Street Style on the road

Alcuni giorni fa  rifacendoci ad un caso di comunicazione eccellente che vide la Seletti utilizzare una serie di “Vu Cumprà” per pubblicizzare i suoi articoli da casa per le vie di Milano, volgendo, così, una situazione sfavorevole (quella del falso e del tarocco) in una favorevole (vedi guerrilla marketing), dichiarammo la necessità a che anche altri “mondi”, e non solo quello del design, si facessero carico di questa brillante mentalità “da marciapiede”.

L’esigenza è divenuta oggi fondamentale per porsi in dialogo con questo “nuovo mondo” che va acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre più chiari e definiti e che è fatto di sano Web 2.0, bloggers lungimiranti e fotografi coraggiosi.

La Street Fashion (o Street Style), nata in Giappone agli inizi nel nuovo millennio, è il temine che veniva originariamente utilizzato per indicare il trend dove gli abiti indossati vengono personalizzati con l’adozione di un misto di tendenze moderne e tradizionali. Ad esempio, le Harajuku Girls originariamente presenti nell’omonimo quartiere Harajuku di Tokyo, integrano abiti tradizionali giapponesi, come il kimono, con moderni capi firmati, vestiti da anime e manga, vestiti kitsch, oppure con divise scolastiche.

A partire da questo prezioso spunto nipponico, il concetto di Street Fashion ha finito per assumere una connotazione più ampia e completa. Con esso oggi si suole descrivere la moda che si ispira e si appropria di tendenze derivanti dall’abbigliamento di strada. È una moda dunque assolutamente personale, generalmente associata alla cultura giovanile, ed è più spesso vista o, meglio, seguita, nei grandi centri urbani.

Se fino a poco fa si parlava di “sistema” moda, oggi nell’era del web 2.0, le nuove tendenze partono dal basso, in strada, per ritrovarsi poi in rete, grazie alle immagini scattate on the road, nonché alla “penna” infuocata di blogger e appassionati. A popolare oggi la rete non sono più (soltanto) donne magre e set patinati d’alta moda, bensì gente comune, felicemente perfetta nella sua imperfezione, mentre il set sono strade e marciapiedi.

Stiamo parlando di blog come “The Sartorialist”, leader mondiale in materia di street&cool, “Street Fancy”, locato in San Francisco, anch’esso molto cliccato; mentre in Italia abbiamo “Fashion Hunter”, la bibbia italiana dello street style, “Fashion Trotter”, ritratti improvvisati, rubati ai marciapiedi delle principali città italiane e, infine, “Naples Street Style”, che si occupa non solo di moda ma anche di eventi e di arte contemporanea.

Anche i social network si stanno dando da fare per cacciare gli anonimi trendsetter delle nostre città a colpi di flash: nasce “MySpace Fashion” e “Share Your Look”, ancora in fase beta, e su tutti, “Business in Fashion”, il primo social network interamente dedicato ai circa 6000 operatori di moda “sfornati” ogni anno da scuole ed accademie italiane. Con una piccola quota di iscrizione l’utente ha la possibilità di sviluppare, promuovere e gestire il loro personalissimo Brand o Style, nonché di instaurare contatti e collaborazioni con gli altri membri della community.

BINF il social network della moda

Da questa breve panoramica sul mondo dello street style sembra emergere un quadro molto più composito e definito di quanto non avessimo preannunciato: bloggers, fotografi, stilisti e semplici businessmen, hanno ormai intuito il potere del Web e di questo fenomeno particolare dello street style.

Resta da chiedersi se questa infinita libertà di espressione garantita dal web e dai suoi strumenti “social” (vedi l’estrema semplicità nell’avventurarsi blogger), nonché questo costantemente crescente desiderio di fama e successo, non determinino col tempo quella stessa saturazione mediatica che ha visto vittime in passato radio e tv. Il tutto, ovviamente, moltiplicato “n” volte.

Altra domanda pertinente: Che il trendy diventi established? Vuoi vedere che ciò che era cool e underground una volta, proprio perché relegato a pochi “eletti”, una volta vista la luce del sole della commercializzazione sfrenata verrà definitivamente relegato al rango dell’uncool e dello sfigato?

Sarà mica questa “paura” ad aver animato le recente e controversa virata dello Street Fashion verso l’Hobo (vedi Homeless Street Fashion), dove addirittura si passa al tentativo di innalzare il “vagabondo” a fashion, anziché, vorremmo dire, proporne il tema (anche in chiave intelligente e originale ma) per poi tentarne una “soluzione” benché minima.

Sono domande e perplessità lecite da porsi e soprattutto per gli addetti ai lavori i quali dovranno dimostrare di, si modestia e intelligenza nel seguire le tendenze di strada vincenti ma anche, farlo sempre con grande serietà e professionalità. E questo proprio per distinguersi dal mare indistinto della “normalità”.

Distinguersi, a tutti i costi! STEP OUT!

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