Oggi parleremo di un famoso designer e dei suoi originalissimi metodi con i quali ha testato l’efficacia dei loghi ottenendo un grande successo: il video caricato su youtube di questo esperimento ha ottenuto più di un milione e mezzo di visualizzazioni. Partiamo dal concetto di logo. Lo stesso termine deriva dal greco e vuol dire proprio parola. I primi furono creati dagli Egizi per marchiare le terracotte a seconda delle fornaci di appartenenza; nel tempo solo le produzioni artigiane li riportavano. Con l’avvento dell’industria pubblicitaria, nel 1900 si inizia a dare ai marchi il valore che oggi conosciamo, attingendo agli studi dell’epoca come alle sperimentazioni sulla percezione e alla scuola della Gestalt.
Il logo, proprio come una parola dovrebbe avere un significato immediato, diretto e non interpretato. La presenza di sovrastrutture, createsi attraverso l’esperienza, è quindi un fattore che influenza questo tipo di risultato. Il consumatore, quando si trova di fronte ad un simbolo, non si limita a vederlo ma lo guarda, coinvolgendo processi cognitivi complessi: in definitiva non è l’occhio che vede ma il cervello.
Nel momento in cui guardiamo un’immagine entrano in gioco meccanismi inconsci. La creazione del logo parte dai bisogni latenti del consumatore cercando di suscitare delle emozioni. Queste ultime lo informano sui suoi bisogni e con l’esperienza queste diventeranno sempre più complesse ed integrate all’attività cognitiva. http://youtu.be/N4t3-__3MA0 Nel video Fresh Impressions on Brandmarks (from my 5-year-old) Adam Ladd sottopone diversi loghi all’attenzione della figlia di 5 anni. L’esperimento è nato in questo modo per utilizzare evidentemente la limpidezza della mente di un bambino, priva di filtri che servono agli adulti per schermarsi dai molteplici stimoli che quotidianamente li assalgono. Proprio questo l’avrebbe aiutato a cogliere i loghi più efficaci. Un logo è efficace per Ladd quando rispetta i seguenti criteri: simple, appropriate, memorable, conceptual, timeless, graphic e gestalt.
A questo punto è emerso come i marchi riconosciuti immediatamente fossero quello della Apple e della Disney ma l’aspetto interessante riguarda il logo di Mc Donald: la bimba riconosce qui la lettera M come fatta di patatine. Lo stesso Ladd ammette in un’intervista che si tratta di un esempio di come un’idea di design possa essere efficace nella sua semplicità. Il designer dovrà però fare attenzione a non scadere in un semplicismo eccessivo che rischierebbe, al contrario, di rendere l’immagine noiosa.
In questo caso è palese il forte e diretto legame tra immagine grafica e l’immagine mentale che la prima riesce ad evocare nella mente dell’osservatore. Prima di mettere sul mercato un prodotto con un logo sarebbe necessario fare preliminarmente delle indagini su come esso venga percepito. Non stupisce il fatto che qualcuno potrebbe vederci qualcosa di inaspettato e imprevedibile. Il cervello umano inoltre è specializzato nel riconoscere le forme, in particolare la semplicità aiuta a riconoscere il marchio in un mondo pieno di stimoli dove la ricchezza di dettagli distrarrebbe dal core del simbolo ma al contrario la mancanza di un segno distintivo porterebbe a non evidenziarlo rispetto al resto degli elementi della realtà. Si evince ad esempio dalle informazioni del video che la bambina non riesce a discriminare tra tre loghi riportanti sagome di felini, riconoscendo tutti indistintamente come ghepardi. Successivamente Ladd ha pubblicato un altro video dove la bimba avrebbe dovuto prima visualizzare dei loghi e successivamente disegnarli dopo 5 secondi: lo scopo era quello di capire quali di queste immagini fossero maggiormente memorabili.
Si evince come nei disegni la forma fosse mantenuta nella sua globalità, specie per le immagini più semplici, come quelle tonde o quadrate. Addirittura nel caso del logo della Knopf, dove l’immagine dell’animale è fortemente stilizzata emerge l’abilità che ha contraddistinto il designer nel progettare la figura. La protagonista partendo da tale immagine mostra di aver percepito correttamente l’oggetto al quale fa riferimento disegnandolo in modo più vicino a quello della realtà che a quello del logo stesso. Tra i requisiti di un buon logo Ladd indica dunque la memorabilità, la gestalt(forma) e la semplicità: questi i requisiti testati con la partecipazione della figlia; ma l’aspetto che emerge,valido anche per gli adulti, è che in un’immagine, nonostante i particolari, l’occhio riconosce la forma complessiva: il tutto è più della somma delle singole parti e la mente organizza in modo attivo le informazioni che l’occhio le invia
Vi chiedo solo un po’ di pazienza, questo non sarà un post corto. Ma vi prometto che scorrerà via veloce, perché è proprio una bella storia, tutta da godere. Seguitemi dai.
Sono passato a trovare dei miei vecchi amici, persone che conosco da tanti anni e con i quali ho condiviso molto del mio passato. Gente che si è “fatta da sé”, persone che con il proprio lavoro si sono costruite una posizione, dando a moltissime altre persone la possibilità di vivere bene, offrendo loro lavoro per molto tempo. Poi arriva lei, la crisi, e si porta via una ricca fetta di tutti quei sacrifici. No, non tutto, certamente. Ma come ha fatto con molti di noi, anche con i miei amici questa crisi è stata tutt’altro che tenera.
Era molto tempo che non li vedevo, forse due anni. Una lunga chiacchierata generale, su famiglia, affetti, amici comuni. Poi di fronte ad un piatto di pasta, esce il lato dolente. Esce fuori il lato relativo al lavoro. Il calo drastico delle commesse, la difficoltà quotidiana nel recuperare i crediti, le banche che non concedono nulla, lo stato vampiro che salassa. Ma stranamente, quasi tutto era condito da rilassatezza, da serenità, da spirito positivo. Glie l’ho detto. “Gente, vi trovo nuovi. Si, proprio rinnovati direi!”.
Si, è proprio così, nelle parole e negli occhi di chi ha battuto per anni il marciapiede, e che si era poi magari adagiato su di un comodo sofà, c’è quella luce. La luce del “ricominciamo, rimettiamoci in gioco”. Mi è venuta in mente la (ormai inflazionata, di questi tempi) riflessione di Albert Einstein sulla crisi. L’ho cercata sul web tramite cellulare e glie l’ho letta a voce alta. Si. Sta succedendo proprio quello che il grande genio spettinato preconizzava e addirittura auspicava. Per chi non l’avesse mai letta, ve la incollo qui di seguito.
Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere “Superato”.Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi delle’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle Nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza la crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lieve brezze. Parlare di crisi significa incrementarla e tacere nella crisi è esaltare il conformismo, invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa,che è la tragedia di non voler lottare per superarla.
In un’oretta e mezzo in loro compagnia ho sentito proposte, idee, modelli da prendere in esame, possibilità. Il tutto condito da una sana dose di autoironia per il proprio momento attuale, risate, speranze. Senza però perdere di vista la quotidianità. Tra tutte le cose che mi hanno raccontato, ce n’è stata una che mi ha davvero colpito. Mi hanno parlato di una persona, che tra l’altro conosco anche io, che insieme ad un conoscente si è “inventato una cosa” che nulla ha a che vedere con il suo passato e la sua professione. Una cosa bellissima direi. Che poi, tra l’altro, è quella oggetto del titolo di questo post e della successiva riflessione in merito.
Parliamo di street food, cibo di strada. E più precisamente di Pizza&Mortazza (cfr. mortadella – romanesco). Un classico della gastronomia Romana da asporto. Pizza da forno, tagliata a metà, semplicemente riempita di mortadella. Golosissima, economica, veloce. Come potrebbe non esser un successo? E infatti sta diventando una vera e propria mania tra i giovani (e non solo) della Capitale. Un APE della Piaggio, attrezzato ad hoc, buona pizza bianca, buona mortadella, buona birra, e posti strategici dove piazzarsi.
Università, quartieri business e ministeriali, addirittura discoteche di notte. I fruitori di questi posti da un po’ di tempo a questa parte possono approfittare dell’”apetto” di Pizza&Mortazza, che li accoglie e li coccola in una scioglievolezza tutta da gustare. Tra l’altro, gli ideatori di questa iniziativa hanno già assunto due giovani disoccupati, e continuano a cercare personale da reperire tra giovani in difficoltà, da mandare in giro con il simpatico mezzo mortadelloso, rosa a pois.
Oltretutto bisogna anche sottolineare che questa iniziativa non parte sprovvista di un adeguato supporto “social”. Infatti tutto viene raccontato via blog, Facebook, Twitter, seguendo il filo di una vera e propria narrazione dell’idea, che certamente potrebbe esser prototipo di tante altre proposte da parte di persone che se non hanno un lavoro magari possono provare ad inventarlo. Persone che possano prender spunto da quest’avventura per crearne una propria di altrettanto successo.
Ovviamente, come in tutte le storie di Italica matrice non poteva mancare la nota negativa. Infatti, dopo aver saputo di questo progetto, non potevo che precipitarmi sul web per cercarne maggiori notizie. Subito approdo al loro sito, e la prima notizia che leggo, datata 15 gennaio, riporta di un avvenimento poco simpatico. Le scuse dei “pizzaemortadellari” nei confronti degli studenti dell’Università La Sapienza. Scuse dovute al fatto che non hanno potuto “servirli” quel giorno, in quanto le “autorità comunali” li avevano mandati via. Bene, non me ne voglia quella categoria, ma la prima frase che mi sarebbe venuta in mente da dir loro sarebbe stata “tanto tu lo stipendio ce l’hai!” No, non è retorica. E’ proprio quello che penso. Perché in un paese allo sbando come questo, in cui molti governanti si sono mangiati ben più di Pizza&Mortazza, andare a rompere le palle (si, si, ho proprio detto rompere le palle!) a chi sta lavorando non lo trovo etico, morale, corretto. Ma siamo abituati a questo ed altro, no problem. Testa alta e avanti col proprio lavoro e le proprie idee.
Convertire una minaccia in opportunità. E’ quello che tutte le persone dovrebbero fare. E questo è l’insegnamento che tutti noi dovremmo trarre da questi momenti bui e difficili per noi e per il nostro paese. La teoria Einsteniana che ho citato sopra dovrebbe essere la “guida spirituale”. Questo esempio di Pizza&Mortazza invece la “guida pratica”. L’Italia da sempre è considerato un popolo di persone pigre che si adagiano sugli allori delle proprie conquiste. Ma è anche risaputo che nei momenti meno felici questo popolo ha sempre avuto la forza di rialzare la testa e di usare la propria creatività, la propria forza di volontà, la propria intelligenza, per superare gli ostacoli e tornare a sorridere.
Mi auguro che questo mio racconto possa aver dato a qualcuno la scossa per ripartire. Che abbia magari anche solo fatto fare un sorriso. Che possa esser stato di aiuto psicologico a chi si trova di fronte ad un muro di gomma che non riesce ad infrangere. Sono ancora fiducioso che ce la faremo. Perché da queste parti, in Italia, di solito vendiamo cara la pelle, #sapevatelo
Scritto da Cosimo Errede











